Il dato, la chiave per limitare il vuoto nella logistica

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Lucie Monnot

Responsabile Content Marketing

La caccia al vuoto è da tempo una priorità degli attori della logistica. Le sfide ambientali la rendono più che mai un imperativo che li obbliga ad accelerare e soprattutto a cooperare strettamente dall’inizio alla fine per minimizzare il vuoto a ogni anello della catena logistica.

Sommaire

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Quando si pensa al vuoto nella logistica, si pensa spontaneamente alla parte trasporto, in particolare a tutti quei camion che percorrono le strade e dei quali si sa che sono caricati solo al 65% in media e che il 20% dei tragitti avviene a vuoto (fonte Eurostat). Le soluzioni più spesso evocate per rimediare a questa situazione rimangono la mutualizzazione delle capacità di trasporto tra più mittenti e la massificazione dei flussi.
 
Questi due approcci permettono, a priori, di far circolare meno camion e di rentabilizzarli meglio, senza perdita di qualità del servizio e riducendo al contempo l’impronta carbonica globale del trasporto di merci. Se hanno dimostrato la loro efficacia nel massimizzare il tasso di riempimento dei camion, e quindi ridurre il vuoto trasportato, sono tuttavia lontani dall’essere generalizzati a causa della persistente riluttanza di numerosi mittenti.
 
Ma quando si interrogano gli attori del settore logistico, tutti concordano nel riconoscere che la questione del vuoto e della sua eradicazione va ben oltre il trasporto. Occorre oggi affrontare altre “fonti di vuoto”.

Il vuoto è onnipresente nella catena logistica

Il vuoto è infatti presente a tutti i livelli della catena logistica: nei magazzini, nei cartoni e, ovviamente, nei camion. I professionisti sottolineano in particolare due temi su cui è urgente progredire, per ragioni tanto economiche quanto ecologiche:

La riduzione del vuoto nei magazzini

Gli operatori logistici e i gestori di infrastrutture di stoccaggio sono tanto più attenti a questa questione in quanto la legislazione contro l’artificializzazione dei suoli (obiettivo “zero artificializzazione netta” a orizzonte 2050) frena già la creazione di nuovi magazzini, nonché l’estensione orizzontale di quelli esistenti. La tendenza è quindi alla densificazione verticale e, all’interno degli edifici, allo sfruttamento massimo delle capacità di stoccaggio in altezza.
Questi orientamenti implicano costosi investimenti in mezzi intralogistici, soprattutto se si vuole che i movimenti di merci, in entrata e in uscita, siano largamente automatizzati. Se l’automazione e il pilotaggio interamente informatizzato dei magazzini appaiono ormai imprescindibili per abbassare i costi di esercizio, i ritorni sull’investimento sono lenti. Lo sono tanto più in quanto la mancanza di standardizzazione dei condizionamenti rende più complesso l’utilizzo massimo di tutti i m² e m³ disponibili. In altre parole, la vita dei gestori di magazzino e dei trasportatori stradali sarebbe infinitamente più semplice se tutte le merci fossero palettizzate o palettizzabili. Data la diversità delle merci in circolazione e quella dei clienti a cui sono destinate, non è così.

La caccia al vuoto nascosto negli imballaggi

Una delle principali ragioni per cui oggi si stoccano e trasportano così tanti vuoti è la dimensione degli imballaggi e sovra-imballaggi. Cacciare il vuoto nascosto nei cartoni e negli altri imballaggi è la condizione preliminare per razionalizzare non solo lo stoccaggio, ma anche la logistica dell’ultimo miglio, in particolare quella dell’e-commerce. Secondo gli studi condotti dall’Ademe e dagli operatori espressi che consegnano gli ordini dei siti merchant, i colli trasportati contengono il 50% di vuoto. I grandi attori e i loro prestatori dispongono ormai di robot di imballaggio automatico su misura che adattano la dimensione dei cartoni al loro contenuto, con una riduzione di volume che può arrivare fino al 50%. Ma sono ancora numerose le aziende che non hanno accesso a queste soluzioni. I preparatori di ordini giostrano allora tra i pochi formati di cartoni standard a loro disposizione e, quando il formato scelto è manifestamente troppo grande, ricorrono a materiali di riempimento più o meno costosi e soprattutto più o meno ecologici.
I professionisti della logistica attirano l’attenzione su un’altra fonte di vuoto su cui non hanno presa diretta: l’imballaggio primario dei prodotti unitari, sempre più sofisticato e voluminoso in certe categorie di prodotti, meno per ragioni di protezione e normativa che di prestigio:
“Guardate la scatola di un iPhone. Abbiamo assolutamente bisogno di quella scatola? È una vera domanda. Certo, la normativa chiede di scrivere sempre più informazioni sull’imballaggio primario e questo ha un’influenza diretta sulle dimensioni. Ma le dimensioni e la sofisticazione del packaging sono diventate parte integrante di questo tipo di prodotti. I consumatori che, peraltro, mostrano esigenze ecologiche, vogliono packaging sofisticati. Si parla sempre dell’imballaggio di spedizione e della necessità di diminuire al massimo il vuoto in questo tipo di imballaggio, ma si dimentica il vuoto nascosto, stoccato e trasportato negli imballaggi primari sovradimensionati!”

Lionel Gally, Business Development Manager, Spark Technology (produttore di sistemi di imballaggio 3D automatizzati)

 

La caccia al vuoto inizia a monte

Nelle due problematiche precedenti, riduzione del vuoto nei magazzini e negli imballaggi, le risposte si trovano in gran parte a monte, presso gli industriali e i produttori di beni destinati a essere gestiti da prestatori logistici. È lì, fin dalla progettazione dei prodotti e del loro imballaggio primario, che devono essere prese in considerazione i vincoli successivi di stoccaggio e trasporto. Gli industriali sono infatti i meglio posizionati per:
  • minimizzare il volume dei loro imballaggi primari, scegliendo quanto più possibile materiali di origine biologica e riciclabili;
  • vigilare sulle dimensioni dei prodotti finiti imballati affinché siano perfettamente palettizzabili (o containerizzabili), nel modo più denso possibile;
  • informare/educare i loro clienti, siano essi aziende o privati, sulle motivazioni ecologiche ed economiche della riduzione degli imballaggi;
  • se del caso, istituire i circuiti di raccolta/recupero degli imballaggi che possono essere riutilizzati o riciclati.
Traçabilité logistique pilier Supply Chain optimisée
Questa riduzione del vuoto “alla fonte” è il punto di partenza di una logistica a valle più virtuosa e responsabile, in particolare nel B2B dove i flussi e i volumi di merci sono generalmente più prevedibili che nel B2C. Si pensa naturalmente all’e-commerce dove l’infinita eterogeneità degli ordini (in termini di categorie, dimensioni e quantità di articoli), nonché gli impegni dei merchant sui tempi di consegna rendono quasi inevitabile la presenza di vuoto nei colli di spedizione e nei veicoli di consegna.
Per incentivare gli industriali e, più in generale, l’insieme dei mittenti a fare la loro parte, i trasportatori dispongono di un potente asso nella manica: la fatturazione al peso volumetrico, chiamato anche “peso dimensionale”, “peso cubico” o “peso-volume”. Questo modo di fatturazione, che tiene conto sia del peso del collo che del suo ingombro, è in vigore da anni nel trasporto aereo come nel trasporto stradale internazionale, dove ha contribuito significativamente all’ottimizzazione del riempimento dei container. Già praticata in molti paesi per il trasporto stradale, la fatturazione al peso volumetrico è destinata a generalizzarsi in Francia:
 

“Nel grande export oggi, ovunque si sia impattati dalla fatturazione al peso-volume, i container sono pieni al massimo. L’argomento economico è un buon mezzo per far muovere le cose. Lo vivremo prima collettivamente come un vincolo supplementare, ma ci andremo necessariamente perché è un’evoluzione logica del modo di lavorare.”

Patrice HENRION, Direttore generale, Boa Concept (specialista dell’intralogistica e dell’e-logistica)

Perché la lotta contro il vuoto passa per i dati

Si comprende che la caccia al vuoto richiede un approccio globale e, dalla fabbrica alla consegna dell’ultimo miglio, passando per il magazzino e le catene di picking, strette collaborazioni tra tutti gli intervenenti. Di fatto, come sottolinea Patrice Henrion:
“Avere un imballaggio perfetto grazie a una macchina 3D è una delle componenti, ma se accanto a questo si fanno circolare camion mezzi vuoti, con ritorni mal gestiti o magazzini sovradimensionati, si tratta solo una parte del problema.”
 
La RSE costituisce un eccellente punto di ingresso per collaborare, tutte le aziende avendo sfide di riduzione della propria impronta carbonica e del proprio impatto ambientale. Se la conoscenza e la comprensione reciproca dei processi e dei vincoli professionali di ciascuno è il prerequisito a una buona collaborazione, la concretizzazione della lotta contro il vuoto dipende fondamentalmente dai dati e, soprattutto, dalla capacità degli attori di condividere questi dati in tempo utile.
 
Tra i dati che permettono di ridurre il vuoto nella catena logistica, i prestatori citano:
  • il peso e le dimensioni dei prodotti imballati usciti di fabbrica, indispensabili per calcolare l’ingombro reale delle merci e ottimizzare l’assegnazione delle capacità di stoccaggio e trasporto;
  • i dati di attività e le previsioni di ordini, al fine di pianificare meglio i giri e di mutualizzarli;
  • i calendari di lanci e promozioni che generano un surplus di attività nei magazzini e potenzialmente la messa in atto di giri supplementari che occorre anticipare e ottimizzare;
“Se si conoscono le previsioni di lancio e di attività dei nostri clienti, possiamo programmare e pianificare meglio le nostre attività e quindi gestire meglio le nostre superfici. È tipicamente ciò che ci permette, in un magazzino multi-cliente, di riuscire a compensare i cali degli uni con i picchi degli altri e a far arretrare il vuoto.”
Agathe Gravier, Direttrice Industria Customer Product, Arvato France (prestatore logistico)

 

  • i dati degli ordini e-commerce che, trasmessi in tempo reale, permettono un pre-confezionamento efficace e colli meglio adattati al contenuto di ogni ordine;
  • i dati relativi ai giri, regolari o meno, e ai veicoli di consegna al fine di riempirli al meglio e, se del caso, includere nei giri punti di raccolta per evitare i tragitti di ritorno a vuoto, ad esempio la raccolta dei contenitori navetta che si sviluppano nel B2B, o dei resi dei clienti depositati in punti di ritiro o in negozi nel B2C.
Tutti questi dati esistono. Sono nei sistemi informativi degli industriali, degli e-merchant, dei prestatori logistici e dei trasportatori. Se le reticenze dei mittenti a condividere i loro dati sono spesso evocate come un freno, si pone anche il problema dei formati dei dati e della loro mancanza di armonizzazione tra i diversi intervenenti. Ad esempio, là dove l’operatore espresso ragiona in collo finito, il mittente parla invece in somma di articoli da confezionare dal suo prestatore. Risultato, per Patrice Henrion:
“Abbiamo difficoltà a riconciliare i dati e a fare in modo che le basi si parlino. Ma gli strumenti che ci si offrono oggi ci permetteranno di progredire, di avere approcci statistici e analisi più solide. Per questo, occorre armonizzare e mutualizzare i dati. Alcune aziende sono aperte a questi approcci, altre meno. Ma tutti ne abbiamo interesse.”
 
Un interesse ben compreso, poiché ridurre il vuoto, nei magazzini, nei camion, nei cartoni, va di pari passo con un migliore utilizzo delle risorse, risparmi di materiali e guadagni di efficienza operativa che si traducono in definitiva in riduzioni di costi e un impatto ambientale meglio controllato per l’insieme delle attività logistiche.
Tutte le citazioni sono estratte dalla conferenza “Cacciare il vuoto nella logistica” che si è tenuta il 21 marzo 2024 nell’ambito del SiTL.

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