La città del quarto d'ora: modello urbano del futuro o dolce utopia?
- 19/06/2026
- 14:15
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Sommaire
Una via d'uscita dalla crisi del Covid-19?
Uscire dal paradigma della città industriale
- Alloggi raggruppati in “costruzioni alte”, vietate di allineamento lungo le vie e distanziate le une dalle altre per “liberare il suolo a favore di ampie superfici verdi”;
- “Settori industriali indipendenti dai settori abitativi…”;
- Strade “differenziate secondo le loro destinazioni: strada residenziale, strada di passeggio, strada di transito, vie principali”.
- Un’espansione urbana galoppante, le terre agricole e gli spazi naturali arretrando a favore di un urbanismo residenziale e commerciale diffuso che artificializza massicciamente i suoli e rende l’uso dell’automobile imprescindibile;
- Una segregazione socio-spaziale sempre più marcata, il rincaro del foncier e dell’immobiliare spingendo le popolazioni meno abbienti sempre più lontano dai centri città e dalle zone di impiego, rendendole sempre più dipendenti dai mezzi di trasporto individuali.
La condanna di questo modello urbano non è recente, in particolare in Francia dove l’eredità della politica delle “grandi costruzioni” è particolarmente pesante da gestire: “Lo zoning è una stupidaggine. Ci vuole lavoro nella città. La vera mixité è quella delle funzioni, che porta la mixité sociale” dichiarava nel 2005 l’architetto Paul Chemetov, reagendo ai disordini nei “quartieri”. Christian de Portzamparc stimava per parte sua “che era facile, all’epoca [negli anni ’60], essere accecati dall’idea di progresso. E se lo zoning si è rivelato un’immensa stupidaggine, non è stato applicato come un’utopia architettonica ma perché questa separazione delle funzioni rispondeva perfettamente agli interessi economici e tecnici dell’epoca moderna.”
Passare dall'iper-mobilità all'iper-prossimità
- La re-installazione dei servizi e delle attrezzature pubbliche di prossimità dove sono assenti o insufficienti, ricercando per ciascuno la localizzazione ottimale in termini di prossimità e accessibilità;
- L’attuazione di politiche abitative molto volontariste, l’accesso a un’offerta abitativa diversificata essendo la chiave della mixité sociale ricercata in ogni polo e svolgendo un ruolo motore nell’insediamento di commerci e servizi diversificati anch’essi;
- L’allestimento di una rete di circolazione “dolce” (pedonale/ciclabile) all’interno di ogni polo/quartiere, al fine di rendere superflua l’automobile, il che presuppone connessioni intelligenti con il resto della viabilità, i trasporti pubblici e le zone di parcheggio.
Sì, è complicato. Richiede soprattutto di pensare al lungo termine, come Haussmann ha saputo fare ai suoi tempi a scala di Parigi ampliata dei comuni annessi nel 1859. Al di là dell’apertura di nuove vie, Haussmann ha pensato e trattato la città come uno spazio isotropico, vale a dire che possiede le stesse proprietà in tutte le direzioni. L’impianto di tutti i tipi di attrezzature necessarie al funzionamento della nuova Parigi è stato concepito secondo un principio di “giustizia distributiva”. Questa espressione ricorre spesso nelle sue Memorie, tanto a proposito delle scuole, degli stabilimenti sanitari e dei teatri quanto delle reti e degli spazi verdi. Testimoniando una preoccupazione per l’equità sociale troppo poco conosciuta, è per lui sinonimo di distribuzione omogenea su tutta la città, che deve assicurare gli stessi servizi e lo stesso comfort a tutti i quartieri e a tutti i ceti sociali. Questo principio ha profondamente strutturato Parigi e ne ha fatto, almeno per coloro che hanno la fortuna di vivere e lavorare senza dover attraversare il périphérique, una città del quarto d’ora ante litteram.
Al cuore dell'approccio: i dati territoriali e l'analisi crono-spaziale
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