Quando l'alimentazione locale (ri)diventa una necessità

4 dicembre 2024 • Tempo di lettura: 2 min

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Lucie Monnot

Responsabile Content Marketing

Ci è voluta la chiusura delle frontiere e il confinamento di miliardi di individui perché la parola «locale», svalutata da decenni di globalizzazione, facesse un ritorno in forza nelle nostre vite e nel discorso politico-economico ambientale. Ci è voluta questa cosa inaudita, né più né meno che il blocco della produzione mondiale, perché non sembrasse più né incongruo né retrogrado parlare apertamente di rilocalizzazione di attività e di produzione locale, in nome di una sovranità da riconquistare.

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Deux femmes souriantes portant des gants et sacs en papier kraft faisant leurs achats sur un marché de producteurs locaux en plein air
La rivincita del locale avrà luogo per questo? Non si può giurarlo, tante sono le forze contrarie all’opera. Ma ci sono almeno due domini dove la lezione è stata già troppo dura perché il «mondo dopo», che si sogna resiliente, non ne tragga nulla:
  • Quello, essenziale, dei prodotti sanitari e farmaceutici di cui le economie «avanzate», confidenti nei propri accordi commerciali e nella robustezza delle proprie catene logistiche, non immaginavano potessero venire a mancare. Dopo 40 anni di delocalizzazione a marcia forzata della produzione in Cina e in India, l’esperienza cocente della penuria di mascherine nonché la possibile rottura degli approvvigionamenti in principi attivi per i medicinali di base spingeranno probabilmente gli Stati a (ri)costituire scorte strategiche e, forse, a rilocalizzare certe produzioni. Nel frattempo, sono agli scalini più locali che esistano, comune, quartiere, palazzo, che le buone volontà si organizzano in Francia per produrre localmente le ormai famose mascherine «alternative».
  • Quello, vitale, dei prodotti alimentari, tanto più interessante da osservare in quanto la crisi attuale ha al contempo risvegliato nei nostri contemporanei la paura ancestrale di mancare, concentrato la domanda sui prodotti di prima necessità e riposto in modo acuto la questione dimenticata dai paesi sviluppati: quella dell’autonomia alimentare. Il periodo rivela che siamo ben lontani dall’obiettivo. Ma, poiché il terreno è stato largamente preparato e i comportamenti avevano iniziato a cambiare ben prima della pandemia, è proprio nel dominio della produzione e del consumo alimentari che il «locale» potrebbe segnare punti e accelerare il cambiamento di modello che chiama il cambiamento climatico.

Davanti agli scaffali vuoti...

Questa crisi, che ha disorganizzato il trasporto e i flussi di approvvigionamenti internazionali, ci ha dato a vedere l’inimmaginabile: scaffali alimentari vuoti! in Francia! Ci ha, così facendo, lasciato intravedere anche uno spettro, quello della penuria, sconosciuto a quasi tutti in un paese di cui una grande parte della popolazione non ha vissuto nessuna guerra. Fu molto temporaneo, ma sufficientemente colpente perché il presidente della Repubblica francese riconoscesse, il 13 marzo 2020, che «delegare la nostra alimentazione […] ad altri è una follia». Questa dichiarazione, a ribaltamento delle politiche condotte da 40 anni, ha forse sorpreso i commentatori compiacenti delle catene d’informazione, ma non i consumatori!

Last mile logistics issues, challenges, and solutions
Questa follia, è da molto tempo che cercano di sfuggirvi!
 
Segnati dai vecchi scandali della mucca pazza e delle lasagne al cavallo, informati da innumerevoli indagini sui retroscena e i danni del cibo spazzatura, sensibilizzati alle sfide ambientali e al benessere animale, i consumatori hanno intrapreso da quasi due decenni la riconquista del proprio piatto.
 
La prova: in tendenza lunga, si allontanano, lentamente ma inesorabilmente, dalla grande distribuzione e dall’alimentazione industriale a favore, nella misura in cui il loro potere d’acquisto lo consente, dei commerci di prossimità, dell’artigianato alimentare tradizionale, dei mercati all’aperto, dei negozi di produttori, dei GAS e altri sistemi di acquisto diretto dai produttori o in circuito corto.

I costi nascosti dell'abbondanza alimentare a buon mercato

Occorre tuttavia constatare che l’immaginario alimentare è cambiato più velocemente dei comportamenti reali, poiché è sempre negli iper e supermercati delle grandi insegne che i Francesi fanno la maggioranza dei propri acquisti alimentari (83% nel 2017, di cui il 10% presso i hard discounters, fonte FranceAgriMer 2018). Le aspirazioni alimentari sono soprattutto cambiate più velocemente e in senso inverso al sistema agroalimentare globalizzato che, sebbene sia criticato oggi, ha nondimeno permesso a partire dagli anni 1960 di garantire agli Occidentali l’accesso permanente a un nutrimento abbondante e a buon mercato. La contropartita: produzioni agricole intensive dopate agli input, disconnesse dai bisogni locali, quotate su mercati di materie prime mondiali e aventi per sbocco un’industria agroalimentare planetaria che realizza economie di scala fenomenali.
I risultati sono stati all’appuntamento: in Francia ad esempio, la quota dell’alimentazione nel budget delle famiglie è passata dal 21% nel 1968 a soltanto il 13% nel 2014. Questo calo (-61,9%) ha alimentato per anni i consumi in altri settori ma, con un modello di produzione e distribuzione che regge solo grazie ai prezzi bassi, ha avuto conseguenze piuttosto spiacevoli, tanto per il pianeta e il clima quanto per il contenuto dei nostri piatti:
  • un’esplosione del numero di prodotti trasformati, che rappresentano oggi l’80% di ciò che mangiamo;
  • una moltiplicazione per 2 del consumo di carne in 50 anni; sebbene sia calato del 12% in 10 anni, è comunque passata da 30 kg all’anno e per abitante nel 1970 a 60 kg nel 2018 (includendo tutti i prodotti carnei, trasformati e non trasformati) e rappresenta comunque il 25% delle spese alimentari;
  • una quota sempre più importante di prodotti importati, che raggiunge il 43% per la frutta e la verdura consumata in Francia (2018), e non solo per i prodotti «esotici» come testimonia l’aberrante presenza di pomodori dell’Olanda e della Spagna sui nostri banchi in piena estate…
Abbiamo creduto di riportare una vittoria definitiva affrancando la nostra alimentazione dai territori, dalle stagioni, dagli imprevisti climatici, dai cattivi raccolti. Se l’abbondanza è stata all’appuntamento, è al prezzo di un’impronta ecologica catastrofica e di una dipendenza crescente da flussi logistici la cui rottura brutale lascerebbe a una città come Parigi 3 giorni di autonomia alimentare.

Riconnettere l'offerta e la domanda alimentare locale, una sfida per i territori

Nel 2017, il cabinet Utopies ha pubblicato uno studio affascinante valutando a solo il 2% il grado di autonomia alimentare medio delle 100 prime aree urbane francesi. Ciò significa che il 98% dei prodotti alimentari (grezzo, elaborati, trasformati o cucinati) consumati dalle famiglie non provengono dal loro bacino di vita. «E la ragione non è in alcun modo una carenza di produzione alimentare sui territori in questione, poiché allo stesso tempo, il 97% dell’agricoltura locale delle 100 prime aree urbane finisce in prodotti alimentari consumati all’esterno del territorio…». Si capisce quanto ci si trovi lontani dal punto di partenza e quante saranno le cose da cambiare.

Nell’ora in cui un numero crescente di territori, tanto rurali quanto urbani, mostrano la volontà di accrescere la propria autonomia alimentare, i più avanzati in questo campo sanno che la strada non è solo lunga, ma anche ingrata e complicata… Come mostra la notevole guida pubblicata dall’associazione Les Greniers d’abondance, trasformare il sistema alimentare di un territorio in vista di una maggiore resilienza implica infatti di:
  • far evolvere le politiche fondiarie,
  • accompagnare i produttori nella propria installazione o riconversione,
  • favorire la creazione di unità di trasformazione,
  • sviluppare strutture locali di stoccaggio e distribuzione in circuito corto,
  • aumentare la quota del locale nella ristorazione collettiva (mense, case di cura, ospedali, ristoranti aziendali…)
Il tutto, contemporaneamente e vigilando a minimizzare e ottimizzare i flussi di trasporto tra tutti i punti di produzione, distribuzione e consumo del territorio.
Intervention Management Technical Team Efficiency

È il momento o mai di accelerare!

Con lo shock planetario causato da questo virus, nel momento in cui popolazioni urbane fragilizzate si trovano in stato di precarietà alimentare, avere accesso a un’alimentazione locale non appare più solo come desiderabile, ma come una necessità, tanto per le collettività quanto per gli individui. Se tutti si sono felicitati di vedere produttori, artigiani, aziende agroalimentari, commerci di prossimità, supermercati e trasportatori mobilitarsi il più vicino possibile al campo per trovare soluzioni, gli sforzi per avvicinare durevolmente l’offerta e la domanda locali devono essere intensificati e la ricerca in questo campo incoraggiata.
 
La (ri)costruzione di sistemi alimentari locali, ricollegando le capacità produttive e i bisogni di ogni territorio, impone a tutte le parti interessate di rinnovare il rapporto con la geografia al fine di lavorare con essa, e non contro di essa. Dalla comprensione dei flussi esistenti allo studio di insediamento di nuove infrastrutture, passando per la restaurazione dei suoli e l’ottimizzazione dei circuiti di distribuzione, la presa in considerazione della dimensione geografica è un fattore chiave di pertinenza delle decisioni e di riuscita dei progetti territoriali.
 
È in questa ottica che Nomadia è partner del progetto di ricerca PICORA (Pratiques Inclusives de Consommation Régionale Alimentaire) dell’Istituto di Ricerca in Gestione dell’Università Paris-Est Créteil Val de Marne (UPEC). Questo progetto ha per obiettivo di stabilire una diagnosi dei dispositivi di offerta alimentare locale e di metterli in relazione con le pratiche di consumo degli abitanti al fine di identificare le leve che permettono di fare dell’alimentazione locale una pratica inclusiva in zona urbana. Per la propria esplorazione delle pratiche e lo studio della loro iscrizione sul territorio, il team di ricerca si baserà in particolare sulle nostre soluzioni TourSolver e Territory Manager. Non mancheremo, quando verrà il momento, di comunicarvi i risultati di questo approccio.

Domande frequenti

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