Consegna in 10 minuti: il quick commerce riuscirà ad affermarsi?

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Lucie Monnot

Responsabile Content Marketing

Gli operatori del quick commerce si moltiplicano in Francia, con una promessa comune: consegnare i consumatori in 10 o 15 minuti a partire da “dark store” impiantati nel cuore delle grandi città. Contrariamente alle apparenze, la sfida più grande non è consegnare sempre più velocemente…
Cajoo, Flink, Gorillas, Dija, Getir, YangoDeli… In pochi mesi, questi nuovi nomi sono apparsi nel panorama francese e sono in concorrenza diretta per affermarsi sul mercato nascente del “quick commerce”. Sotto questo nome si raggruppano le attività di distribuzione accompagnate dalla promessa di una consegna effettuata in un tempo molto breve, da 10 a 15 minuti – un mercato che Kantar valuta a circa 500 milioni di euro in Francia (2021). Di fronte alle piccole dimensioni di questo mercato, le spettacolari raccolte di fondi realizzate dagli operatori presenti testimoniano l’entusiasmo degli investitori:
  • 950 milioni di dollari nel settembre 2021 per la startup tedesca Gorillas, di cui era il terzo round di finanziamento;
  • 52 milioni di dollari nel marzo 2021, seguiti da 240 milioni a giugno per Flink, anch’essa tedesca;
  • 40 milioni di euro per il francese Cajoo nel luglio 2021, solo 7 mesi dopo la sua creazione e un primo round da 6 milioni;
  • 550 milioni di dollari nel giugno 2021 per la startup turca Getir, valutata a più di 7,5 miliardi di dollari…

Sommaire

10 minute delivery will quick commerce catch on

Perché tale afflusso di denaro?

Prima di tutto, perché c’è enormemente denaro disponibile sul mercato mondiale dei capitali. In cerca di sbocchi, gli investitori scommettono sia sull’evoluzione dei comportamenti dei consumatori che sulla capacità delle startup del quick commerce di captare, alla fine, una quota significativa degli acquisti quotidiani – un mercato dell’ordine di 150 miliardi di euro in Francia. Poi, perché, pur sapendo che la redditività può tardare ad arrivare, gli investitori sanno anche che in questo mondo dell’e-commerce allargato, il vincitore prende tutto. Ora per vincere, ci vuole molto “cash”, un cash “bruciato” in un tempo record perché bisogna simultaneamente “evangelizzare il mercato” e insediarsi nel massimo di città il più rapidamente possibile per prendere i concorrenti di velocità e squalificarli.
Tutti gli osservatori concordano nel dire che, degli 8 principali operatori presenti a fine 2021 sul mercato francese del quick commerce, probabilmente ne rimarranno solo 3 o 4 nei prossimi 12 o 18 mesi. Come è accaduto per la consegna di pasti a domicilio e, in precedenza, per i servizi VTC, bisogna quindi aspettarsi scomparse pure e semplici, ma anche consolidamenti e, più specificamente in Francia considerata la loro potenza, acquisizioni o partecipazioni da parte delle grandi insegne della distribuzione.
L’opportunità per queste ultime è duplice:
  1. Diventare il fornitore maggioritario, se non esclusivo, del quick commerce riducendo così la perdita di fatturato che lo sviluppo del quick commerce può rappresentare per i negozi di prossimità della loro insegna;
  2. Integrare la consegna express nella loro offerta di servizi capitalizzando sul know-how e sulla base clienti del quick commerce, e utilizzando potenzialmente i negozi di prossimità dell’insegna come sostituto o complemento dei dark store, questi mini-magazzini urbani dove vengono preparati gli ordini.
È chiaramente il senso dell’ingresso di Casino nel capitale di Gorillas France, e di quello di Carrefour nel capitale di Cajoo.

Un modello micro-locale molto esigente

I quick commerce propongono tutti un’applicazione che consente al consumatore di ordinare prodotti quotidiani e di farsi consegnare il proprio carrello in 10-15 minuti da un corriere in bicicletta, su una larga fascia oraria (dalle 7h o 7h30 a mezzanotte o alle 2 di notte). Si caratterizzano anche per assortimenti limitati a un piccolo numero di prodotti, con un ottimo che sembra doversi stabilire attorno a 2.500 referenze, coprendo l’alimentare, l’igiene, la cura della casa e i piccoli accessori (pile, lampadine, caricatori per telefono…).
Si comprende che la sfida del modello non è tanto lo sviluppo di un’applicazione mobile conviviale ed efficace quanto la localizzazione dei dark store, il loro dimensionamento e la costruzione di un assortimento pertinente. In effetti:
la localizzazione dei dark store condiziona la capacità del quick commerce di mantenere la promessa di una consegna in 10 o 15 minuti, sapendo che un corriere in bicicletta può difficilmente effettuare più di 4 consegne all’ora, anche in un perimetro ristretto che raggruppa una forte densità di clienti. La media si situa piuttosto tra 2,5 e 3. Le scelte di insediamento sono quindi eminentemente strategiche e costituiscono un bel esercizio di geomarketing che mobilita le tecniche di segmentazione territoriale e di ottimizzazione basata, per ciascun insediamento, sull’analisi del potenziale di ciascuna zona di influenza/di attrazione. Henri Capoul, cofondatore di Cajoo, stima che “il modello funziona quando si ha una concentrazione di 100.000 abitanti in un raggio di 2 chilometri attorno al dark store”. Ciò significa inoltre che il modello è valido solo in ambiente urbano denso e che le strategie di insediamento sono pensate a scala del quartiere e non della città. In altre parole, occorrono diversi dark store per coprire efficacemente il territorio di una capitale come Parigi o Berlino, con i costi elevati che implicano questi molteplici insediamenti in metropoli dove il mercato immobiliare è teso.
La dimensione dei dark store determina la dimensione delle scorte, il numero di referenze proposte e il numero di ordini che possono essere preparati. Non si possono ospitare 2.000 referenze e il numero di preparatori di cui si ha bisogno per servire un mercato potenziale di 25.000 o 30.000 famiglie in un locale di 80 m². La dimensione ottimale si situerebbe tra 300 e 500 m². Un magazzino di questa dimensione sarebbe redditizio dopo un anno a condizione di eseguire 500 ordini al giorno – un obiettivo che è lontano dall’essere raggiunto ovunque oggi.
La composizione dell’assortimento è, come in qualsiasi commercio, un delicato esercizio di equilibrio tra prodotti indispensabili, prodotti d’attrazione e velocità di rotazione delle scorte nelle diverse categorie, il tutto dipendendo fortemente dalla composizione sociologica e dalle abitudini di consumo della popolazione del quartiere. In tutta logica, l’assortimento proposto in ogni quartiere dovrebbe essere diverso, il che non sembra essere il caso per il momento. Alla lunga, gli operatori non nascondono che anche i prezzi potrebbero variare – da una città all’altra, se non quartiere per quartiere. Il ricorso alle tecniche del yield management consentirebbe di modulare eventualmente il prezzo dei prodotti, ma soprattutto quello del servizio, in funzione della domanda e del numero di preparatori e corrieri disponibili nelle diverse ore della giornata.

Superare la nicchia della "domanda di emergenza"

Fermo restando il controllo delle tre dimensioni che abbiamo appena descritto, la viabilità del quick commerce rimane subordinata alla costruzione e allo sviluppo della domanda. Ciò presuppone di superare la nicchia degli acquisti di emergenza che è, di fatto, il punto d’ingresso comune a tutti gli operatori presenti. Sì, c’è indiscutibilmente una domanda nelle grandi metropoli per farsi consegnare urgentemente, chi una bottiglia di champagne, chi un pacco di birre (il prodotto più richiesto), chi un caricatore per telefono o le spezie mancanti per completare una ricetta.
Il punto positivo per i quick commerce è che, in questo tipo di situazione, il consumatore si mostra molto più sensibile al tempo che al prezzo. A corto di champagne o altro durante una serata tra amici, accetta senza obiezioni di pagare qualche euro in più per essere consegnato nel quarto d’ora. Oltre al carattere eccezionale di questo tipo di ordini, lo svantaggio principale di questo mercato di emergenza è il basso importo del carrello medio, vale a dire 20-22 euro. Con una consegna fatturata attorno a 2 euro, dei corrieri il cui salario orario con oneri è di 17 euro e che possono al massimo effettuare 4 consegne all’ora, il margine del commerciante è insufficiente per garantire la sua redditività.
 
La priorità degli operatori è quindi di far salire il carrello medio verso i 30 euro, sia mettendo in evidenza più prodotti “premium”, sia aumentando il numero di articoli per ordine. L’aumento della frequenza del ricorso ai loro servizi è anch’essa una priorità, la progressione della ricorrenza degli acquisti del volume degli ordini garantendo i posti di lavoro dei preparatori e corrieri. La strategia di conquista attuale – a grandi forze di pubblicità, riduzioni e offerte di benvenuto – mira a installare il “riflesso quick commerce” in tutti coloro che considerano di avere ben altro da fare nella vita che andare a fare la spesa, anche all’angolo della strada. La sociologia delle grandi metropoli è propicia a questo modello. Alcuni vivranno certamente come una liberazione non dover più pensare alla spesa quotidiana, poi come un’evidenza poter ordinare e farsi consegnare a ogni necessità tutto ciò di cui hanno bisogno. Punto interessante sottolineato da Henri Capoul (Cajoo): una volta questo riflesso ben radicato, il vincolo dei 10 o 15 minuti sembrerebbe allentarsi perché ciò che importa allora al consumatore è meno la brevità del tempo che essere tenuto al corrente del momento preciso in cui verrà consegnato (a condizione comunque di non sforare troppo!)
 
Non siamo ancora lì, in ogni caso non a una scala sufficiente per garantire la redditività del servizio: nessun operatore è redditizio oggi e nessuno dovrebbe esserlo prima di 2 o 3 anni. A coloro che obiettano che il quick commerce non risponde a un’attesa profonda dei consumatori, si ricorderà lo scetticismo che circondava lo sviluppo della consegna di pasti a domicilio alcuni anni fa: oggi è un mercato mondiale che supera i 150 miliardi di dollari e che conosce una crescita annuale di oltre il 6%. Allora perché non il quick commerce?
 
Si aggiungerà, e questo è tutto a loro onore, che gli operatori del quick commerce hanno saputo trarre le lezioni dall’avventura della ristorazione consegnata a domicilio e dei VTC almeno su un punto: i loro corrieri non sono “auto-imprenditori”, ma dipendenti.
Beneficiano quindi di una copertura sociale degna di questo nome, e l’azienda fornisce loro la bicicletta elettrica e gli altri equipaggiamenti indispensabili, il che sembra il minimo. Si vuole credere che queste condizioni di impiego e di retribuzione non mirino solo ad attrarre candidati in una fase di lancio in cui tutti i quick commerce sono in concorrenza sui reclutamenti. Senza pregiudicare il futuro e chi sopravviverà o meno nella battaglia attuale, si può almeno rallegrarsi che i posti di lavoro creati dalle startup della consegna express di spesa siano veri posti di lavoro.

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