Sobrietà digitale: ridurre l'impatto energetico

16 dicembre 2024 • Tempo di lettura: 2 min

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Lucie Monnot

Responsabile Content Marketing

Utilizzando sempre più soluzioni cloud, le aziende tendono a dimenticare che gli strumenti e i flussi digitali sono ben lontani dall’essere neutri sul piano energetico e ambientale. Nell’ora in cui qualsiasi riduzione di consumo di energia conta, la sobrietà digitale diventa una voce significativa del bilancio carbonico delle aziende e un versante a pieno titolo della loro politica RSE.

Sommaire

Sobriété numérique réduire impact énergétique
Il digitale è stato talmente associato all’idea di «dematerializzazione» e lo sviluppo del cloud ha talmente reso invisibili le infrastrutture IT che è stato necessario attendere il 2018 e le cifre pubblicate dallo Shift Project (Rapporto Lean ICT: Per una sobrietà digitale) perché un largo pubblico prendesse coscienza dell’impatto ambientale del digitale a scala mondiale. Si sa ormai che il digitale rappresenta circa il 4% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra, due terzi dell’energia utilizzata nel mondo, tanto per produrre le attrezzature e le infrastrutture digitali quanto per farle funzionare, essendo di origine fossile. Il 4% può sembrare poco riguardo ai servizi ottenuti in contropartita e alle emissioni evitate in altri settori, tranne che le emissioni dovute al digitale aumentano del 9% all’anno, un ritmo incompatibile con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
 
In Francia, grazie a un’elettricità maggioritariamente di origine non fossile, il digitale rappresenta solo il 2% delle emissioni nazionali di GES. Una visione in trompe l’œil se si tiene conto delle emissioni importate, poiché l’essenziale delle attrezzature digitali sono prodotte al di fuori dell’Esagono, con energia principalmente carboniosa e materiali (plastiche, metalli) la cui produzione dipende direttamente dalle risorse fossili. Lo studio ADEME/Arcep sulla valutazione dell’impatto ambientale del digitale in Francia stima così che il settore del digitale conta per il 10% del consumo elettrico francese, ma che i terminali rappresentano da soli il 79% dell’impronta carbonica del digitale a scala nazionale.

Un digitale per niente «immateriale»

Di fronte a questi dati, la sola risposta «duratura», cioè che permette di conciliare i benefici del digitale e le sfide climatiche e ambientali, è di adottare un approccio di sobrietà digitale.

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Se si riprende l’approccio dello Shift Project, la sobrietà digitale a scala individuale consiste nel «acquistare le attrezzature meno potenti possibili, cambiarle il meno spesso possibile, e ridurre gli usi energivori superflui».
Ciò che sembra realizzabile a livello individuale, con un po’ di buona volontà, è molto più complicato a livello delle organizzazioni, e tanto più per le aziende la cui performance economica e competitività si basano sempre più sulla digitalizzazione dei processi e, quindi, un uso intensivo delle tecnologie digitali (materiale e software).
>> Come dispiegare la sobrietà digitale quando gli usi più correnti richiedono sempre più potenza di calcolo, flussi di dati e capacità di stoccaggio?
>> Come optare deliberatamente per la frugalità in un ambiente dove tutto spinge a rinnovare frequentemente i parchi di macchine, tanto per limitare i costi di manutenzione legati ad attrezzature diventate obsolete quanto per supportare applicazioni sempre più esigenti?

Come diventare digitalmente «sobri»?

Oltre al consumo crescente di elettricità dovuto all’esplosione degli usi e ai potenti «effetti rimbalzo» che accompagnano sistematicamente i guadagni di efficienza energetica, la produzione delle attrezzature (server, computer, smartphone, attrezzature di reti…) mobilita da parte sua non solo volumi crescenti, ma anche una gamma sempre più estesa di risorse minerali e metalliche. Ora l’estrazione di queste risorse, per essenza non rinnovabili, è sempre più energivora e generatrice di rifiuti e di inquinamento, per due ragioni:
  • il calo delle concentrazioni dei giacimenti sfruttati. Ad esempio, nelle miniere di rame considerate oggi come le più «ricche», il tenore in rame è solo dello 0,2%. In una miniera «ricca» in indio, ci sono solo 100 grammi di indio per tonnellata di minerale (concentrazione dello 0,01%). Quanto all’oro, si sfruttano oggi giacimenti il cui tenore è dello 0,0001%, ovvero 1 grammo d’oro per tonnellata di minerale.
  • il basso tasso di riciclaggio, dovuto non solo alla mancanza di organizzazione o di sviluppo delle filiere, ma anche alla dispersione delle materie e alla bassa riciclabilità delle leghe complesse utilizzate nel digitale. Ad esempio, il tasso di riciclaggio dell’indio, del gallio, del tantalio e del germanio che si trovano negli smartphone è attualmente inferiore all’1%.
In altre parole, ben a monte dell’utilizzo del digitale, la dematerializzazione che è supposto apportare si traduce in spese energetiche fenomenali, una produzione di rifiuti altrettanto fenomenale e una deplezione accertata di certe risorse indispensabili alla prosecuzione della transizione digitale e alla decarbonizzazione delle attività umane.

Azioni alla portata di tutte le aziende

L’impegno di sobrietà firmato nell’ottobre 2022 dagli attori del digitale francesi o che operano in Francia fornisce piste d’azione che tutte le aziende possono fare proprie fin da ora.

Domande frequenti

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